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Le
tenere favole della pittura |
In questi incalzanti lavori di Lara Bizzarri
c'è un vivissimo, sovrabbondante sentimento del racconto attraverso
l'immagine. Come per una sorta di horror vacui che viene empiendo le superfici
con narrazioni fragorose e favolose, la sua pittura si snoda e riannoda, si
distende e s'avvolge su se stessa nel rutilante concerto cromatico di mille leggende
,di mille invenzioni. Si direbbe una sorta di errabonda letteratura che si
accumula qui, nata dall'immaginazione pressante di un'autrice cui certo non
difettano gli argomenti della fantasia né il senso magico delle cose. E questo
suo raccontare ed inventare figure, situazioni, animali, luoghi tra il sogno e
la favola, s'è costruito negli anni un linguaggio straordinariamente adeguato,
straordinariamente congruo e fresco, personalissimo e, soprattutto,
sorprendente. In un mosaico di stimoli e stilémi diversi, di reinvenzioni,
ritrovarnenti e citazioni marginali, di assimilazioni e di dissimulazioni, Lara
ha saccheggiato con disinvoltura, infatti, parecchi brani dell'arte passata e
recente. E l'ha fatto con una tale sovrana indifferenza, con una tale deliziosa
improntitudine da far ritenere queste sue molteplici somiglianze (da
Modigliani a Tamara de Lempicka, dai bizantini al liberty e all'art brut,
dagli espressionisti tedeschi ai giochi ironici di Nicki de Saint Phalle) più
come sue proprie e sincere riscoperte personali che vere e proprie citazioni,
più come autonome ed inconsapevoli donazioni, insomma, compiute in nome e per
conto di una irrefrenabile creatività. Nell'impasto rorido di queste immagini
scroscianti ogni elemento a sé, ogni traccia distinta di gusto e di stile, ogni
diverso tassello d'espressività viene dunque a perdere le sue connotazioni
originarie ed individuali e s'accumula a definire invece un conglomerato
unitario, un accento singolarmente coerente, un tutto ben orchestrato e
temperato che diviene, dicevo, al di là di ogni possibile definizione più
attentamente filologica, un unico, sontuoso ed ininterrotto tessuto di racconto
e d'immaginazione. La struttura del suo discorso è quella dell'assembramento,
della stratigrafia di elementi e di significati minimi, di primi piani e di
fondali, di corpi e di gesti fusti o
giustapposti nello spettacolo della vita e del sogno, nell'esibizione
dell'ironia e della dolcezza, in una trama che appare, molto spesso,
discontinua, ossessiva vorticante e reiterata. L'armonia e i movimenti di una
più ricercata misura formale, che sembrano al primo sguardo lontani dagli
intendimenti della Bizzarri, esistono invece ma come uno stadio intuitivo della
sua coscienza stilistica: sono la piattaforma, e direi l'atmosfera inconscia,
su cui cresce e si moltiplica la giungla sinuosa dei suoi racconti. E danno
luogo ed aria di unità ad un'arte originale, sincera, non confezionata
velleitariamente, ad un'arte che in qualche misura è anche quella dei poeti
naifs, che hanno sempre la profondità e la cultura, ma le esprimono con la
sorgiva incongruenza e con l'urgenza e l'affanno delle dichiarazioni primarie,
istintive, appassionate, così come farebbe, in questo caso, un cantastorie
popolaresco nell'intonare le ballate dei suoi sogni. Ma c'è qui anche,
bisognerà segnalarlo, un versante surrealistico, o, meglio, di fantasticazione
surreale, nel senso che apparentemente non c'è la ricerca degli esempi
"classici" di questa tendenza (i Magritte, i Dalì ecc.) quanto,
invece, lo sviluppo di una forma d'immaginazione per associazioni inconsuete,
per assemblaggi a sorpresa, fresca e vertiginosa accumulazione di intuizioni e
di spunti direi istintivi, sorgivi. Ripeterò, appunto, che la cosa che più m'ha
colpito nella sua pittura è il suo linguaggio sorprendente, la sua
imprevedibilità, la singolarità detta sua personalissima enfasi espressiva.
Questa artista è difatti una fervida fabbricatrice di tenere favole
dell'assurdo, di "magie primarie", di sogni del mondo che
s'aggrovigliano e si dispiegano attorno a minuziose elencazioni intinte per
incantamento nella memoria e nell'onirico e, insieme, simultaneamente, nella
coscienza del presente. Con una sottile e precisa suggestione. Una suggestione
che è protesa in maniera palpitante ad inseguire nelle composizioni e nei loro
sorprendenti accostamenti il segno più ambiguo dell'emozione e della memoria. Ecco, sorpresa e ambiguità... Potrebbero essere
queste le sponde che definiscono lo specchio d'acqua sul quale naviga il ricco
immaginario della nostra pittrice, il suo segno lirico talvolta così
marcatamente trasfiguratore. Quando la realtà del tempo nostro, con le sue
contraddizioni e le sue incongruenze, ci appare insieme così dolce e così
crudele, così semplice e al tempo stesso così complessa e inarrivabile, è certo
vero che una delle chiavi d'interpretazione più efficaci per maneggiarla
diviene, per chi abbia l'anima sveglia, proprio quella della poesia, della
trasfigurazione poetica. Quella di un senso lirico capace di spingere con
umore autentico, non senza ironia o comunque un sentimento divertito del
pensiero, i duri confini del "buon" senso oltre i limiti soffocanti
delle nostre attonite sciocchezze di ogni giorno. Ed è proprio questo il succo
ispirativo delle immagini che abbiamo di fronte. Un succo lirico, ma pure
percorso sempre come da lampi di mordacità o di tenero divertissement della
mente e del cuore, sempre sospeso ad un filo di arioso autobiografismo capace
di allusioni, di favoleggiamenti, di richiami onirici più universali. Questi
suoi dipinti, difatti, dai più classicheggianti e composti fino a quelli più
dinamici e fitti di presenze e situazioni, trovano sempre un toro centro di
gravità nel richiamarsi al piacere dell'immaginario, alle festose capacità e
qualità possedute dalla fantasia di ognuno. e dunque giungono con gentile
energia a slargare lo sguardo interiore d'ognuno di noi. E allora ecco che l'erotismo appena accennato
che illumina le sue fanciulle ci riporta alla sinuosa ironicità dei suoi
gattoni paciosi ed umanizzati che danzano attorno come per una specie di
"Mille e una notte" felina, proiettati, gli uni e le altre, sullo
schermo rappresentato da queste tele, increspate di un lirismo sottile ed
umoroso di fronte al quale il riguardante, commosso o intrigato, divertito o
scandalizzato che sia da quel diluvio gentile di figure, si accorge che proprio
tali figure scompaiono, per lasciar parlare la trama sempre imprevedibile
delle armonie e dei contrasti cromatici, del ruvido e del mielato: l'arabesco e
l'intarsio dei segni, la gioia pura del dipingere. |