Le tenere favole della pittura

di Giorgio Seveso

In questi incalzanti lavori di Lara Bizzarri c'è un vivissimo, sovrabbondante sentimen­to del racconto attraverso l'immagine. Come per una sorta di horror vacui che viene empiendo le superfici con narrazioni fragorose e favolose, la sua pittura si snoda e rian­noda, si distende e s'avvolge su se stessa nel rutilante concerto cromatico di mille leg­gende ,di mille invenzioni. Si direbbe una sorta di errabonda letteratura che si accumu­la qui, nata dall'immaginazione pressante di un'autrice cui certo non difettano gli argomenti della fantasia né il senso magico delle cose. E questo suo raccontare ed inventare figure, situazioni, animali, luoghi tra il sogno e la favola, s'è costruito negli anni un lin­guaggio straordinariamente adeguato, straordinariamente congruo e fresco, personalis­simo e, soprattutto, sorprendente. In un mosaico di stimoli e stilémi diversi, di reinven­zioni, ritrovarnenti e citazioni marginali, di assimilazioni e di dissimulazioni, Lara ha saccheggiato con disinvoltura, infatti, parecchi brani dell'arte passata e recente. E l'ha fatto con una tale sovrana indifferenza, con una tale deliziosa improntitudine da far rite­nere queste sue molteplici somiglianze (da Modigliani a Tamara de Lempicka, dai bizan­tini al liberty e all'art brut, dagli espressionisti tedeschi ai giochi ironici di Nicki de Saint Phalle) più come sue proprie e sincere riscoperte personali che vere e proprie citazioni, più come autonome ed inconsapevoli donazioni, insomma, compiute in nome e per con­to di una irrefrenabile creatività.

Nell'impasto rorido di queste immagini scroscianti ogni elemento a sé, ogni traccia distinta di gusto e di stile, ogni diverso tassello d'espressività viene dunque a perdere le sue connotazioni originarie ed individuali e s'accumula a definire invece un conglome­rato unitario, un accento singolarmente coerente, un tutto ben orchestrato e temperato che diviene, dicevo, al di là di ogni possibile definizione più attentamente filologica, un unico, sontuoso ed ininterrotto tessuto di racconto e d'immaginazione. La struttura del suo discorso è quella dell'assembramento, della stratigrafia di elementi e di significati minimi, di primi piani e di fondali, di corpi e di gesti fusti o giustapposti nello spetta­colo della vita e del sogno, nell'esibizione dell'ironia e della dolcezza, in una trama che appare, molto spesso, discontinua, ossessiva vorticante e reiterata. L'armonia e i movi­menti di una più ricercata misura formale, che sembrano al primo sguardo lontani dagli intendimenti della Bizzarri, esistono invece ma come uno stadio intuitivo della sua coscienza stilistica: sono la piattaforma, e direi l'atmosfera inconscia, su cui cresce e si moltiplica la giungla sinuosa dei suoi racconti. E danno luogo ed aria di unità ad un'arte originale, sincera, non confezionata velleitariamente, ad un'arte che in qualche misu­ra è anche quella dei poeti naifs, che hanno sempre la profondità e la cultura, ma le espri­mono con la sorgiva incongruenza e con l'urgenza e l'affanno delle dichiarazioni pri­marie, istintive, appassionate, così come farebbe, in questo caso, un cantastorie popola­resco nell'intonare le ballate dei suoi sogni. Ma c'è qui anche, bisognerà segnalarlo, un versante surrealistico, o, meglio, di fantasticazione surreale, nel senso che apparentemente non c'è la ricerca degli esempi "classici" di questa tendenza (i Magritte, i Dalì ecc.) quanto, invece, lo sviluppo di una forma d'immaginazione per associazioni incon­suete, per assemblaggi a sorpresa, fresca e vertiginosa accumulazione di intuizioni e di spunti direi istintivi, sorgivi. Ripeterò, appunto, che la cosa che più m'ha colpito nella sua pittura è il suo linguaggio sorprendente, la sua imprevedibilità, la singolarità detta sua personalissima enfasi espressiva. Questa artista è difatti una fervida fabbricatrice di tenere favole dell'assurdo, di "magie primarie", di sogni del mondo che s'aggrovigliano e si dispiegano attorno a minuziose elencazioni intinte per incantamento nella memoria e nell'onirico e, insieme, simultaneamente, nella coscienza del presente. Con una sotti­le e precisa suggestione. Una suggestione che è protesa in maniera palpitante ad inse­guire nelle composizioni e nei loro sorprendenti accostamenti il segno più ambiguo del­l'emozione e della memoria.

Ecco, sorpresa e ambiguità... Potrebbero essere queste le sponde che definiscono lo specchio d'acqua sul quale naviga il ricco immaginario della nostra pittrice, il suo segno lirico talvolta così marcatamente trasfiguratore. Quando la realtà del tempo nostro, con le sue contraddizioni e le sue incongruenze, ci appare insieme così dolce e così crudele, così semplice e al tempo stesso così complessa e inarrivabile, è certo vero che una delle chiavi d'interpretazione più efficaci per maneggiarla diviene, per chi abbia l'ani­ma sveglia, proprio quella della poesia, della trasfigurazione poetica. Quella di un sen­so lirico capace di spingere con umore autentico, non senza ironia o comunque un sen­timento divertito del pensiero, i duri confini del "buon" senso oltre i limiti soffocanti del­le nostre attonite sciocchezze di ogni giorno. Ed è proprio questo il succo ispirativo del­le immagini che abbiamo di fronte. Un succo lirico, ma pure percorso sempre come da lampi di mordacità o di tenero divertissement della mente e del cuore, sempre sospeso ad un filo di arioso autobiografismo capace di allusioni, di favoleggiamenti, di richiami onirici più universali. Questi suoi dipinti, difatti, dai più classicheggianti e composti fino a quelli più dinamici e fitti di presenze e situazioni, trovano sempre un toro centro di gravità nel richiamarsi al piacere dell'immaginario, alle festose capacità e qualità pos­sedute dalla fantasia di ognuno. e dunque giungono con gentile energia a slargare lo sguardo interiore d'ognuno di noi.

E allora ecco che l'erotismo appena accennato che illumina le sue fanciulle ci riporta alla sinuosa ironicità dei suoi gattoni paciosi ed umanizzati che danzano attorno come per una specie di "Mille e una notte" felina, proiettati, gli uni e le altre, sullo schermo rappresentato da queste tele, increspate di un lirismo sottile ed umoroso di fronte al qua­le il riguardante, commosso o intrigato, divertito o scandalizzato che sia da quel diluvio gentile di figure, si accorge che proprio tali figure scompaiono, per lasciar parlare la tra­ma sempre imprevedibile delle armonie e dei contrasti cromatici, del ruvido e del mielato: l'arabesco e l'intarsio dei segni, la gioia pura del dipingere.